La seconda guerra mondiale

Quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania, i giovani del paese furono arruolati e mandati quasi tutti a combattere, così come i loro padri, nella lontana Russia. Al contrario dei padri, i figli partirono baldanzosi e pieni di bellicosi propositi, ma l’esito della guerra e il ritorno si rivelarono altrettanto tragici: ancora morti e dispersi, ancora prigionieri in Siberia, ancora feriti, ancora vedove e orfani; e poi l’esercito e lo stato italiani allo sbando, il Fascismo finito, di nuovo i militari – ma questa volta tedeschi – a spadroneggiare in Trentino, gli Anglo-americani a bombardare dall’alto senza tregua… In quella situazione anche alcuni giovani pomarolesi – e qualche vecchio antifascista come Giovanni Rossaro – trovarono la forza e le ragioni per schierarsi a fianco della Resistenza contro gli occupanti.



Ugo Tartarotti

 

Dopo un po’ tutta la famiglia fu in piedi e ci trovammo tutti assieme attorno al grande tavolo per la colazione. Raccontai del viaggio da Torino a casa e chiesi notizie dei soldati che dall’8 settembre alla fine di ottobre erano tornati in paese. Purtroppo l’elenco di chi non era ancora tornato era piuttosto lungo e lungo era l’elenco di chi non sarebbe più tornato.
Seppi con grande tristezza che, oltre al cugino Alfredo, erano morti sul fronte russo anche Mario, classe 1919, Arturo del 1922, Lino del 1920, Giuseppe di Chiusole del 1918, mentre Giuseppe Vicentini del 1919 e Remo del 1923 erano morti in Germania. (…) Alla messa, sul piazzale antistante la chiesa, incontrai parecchi amici. Ci salutammo, felici di rivederci. Ognuno aveva da dire la sua e tutti maledicevano la guerra e speravano che la Germania venisse presto sconfitta ponendo fine per sempre al conflitto.
Parlando con gli amici, capii presto che eravamo tutti cambiati. La guerra ci aveva maturato, non eravamo più i ragazzi baldanzosi di qualche anno prima, eravamo in grado di giudicare. Eravamo partiti sperando nella propaganda fascista, che parlava di guerra-lampo e che saremmo stati lontani soltanto per il periodo della ferma. Capivamo che anche se per il momento eravamo riusciti a tornare a casa, la partita non era chiusa e che i tedeschi avrebbero potuto, in ogni momento, prenderci per portarci chissà dove. (…)

[Ugo Tartarotti]

 

Testimonianza di  Lino Bortolotti (classe 1921), alpino sul fronte russo durante
la seconda guerra mondiale, medaglia d’argento.



Ritirata di Russia

Il suo racconto parte da quando prestava servizio di leva a Predazzo ed è stato inviato al fronte russo. Il viaggio sulla tradotta militare è durato undici giorni. Con il suo reparto è arrivato a Gorizia dove si è unito ai reduci della Julia provenienti dall’Albania, ed ha attraversato la Polonia fino a raggiungere Izyum, in Russia. Di lì ha iniziato una lunga marcia a piedi, circa ottocento chilometri che lo ha portato sull’ansa del Don difesa dagli italiani. La sua avventura al fronte è durata due mesi nelle trincee delle retrovie e cinque giorni in prima linea perché, durante un assalto, è stato ferito al ventre. A causa di questa grave ferita, che i dottori non riuscivano a far rimarginare, è stato rimpatriato con l’ultima tradotta che rientrava in Italia. La sua partenza è avvenuta proprio la notte di Natale, prima dell’arrivo dei carri armati russi a Rossosch, e l’inizio della ritirata dell’esercito italiano. La sua esperienza è stata terribile. Era inverno, il freddo raggiungeva anche i quarantasette gradi sotto zero. I soldati vivevano nei bunker sottoterra che avevano scavato loro, non potevano mangiare nulla di caldo, si nutrivano di gallette e carne in scatola. Erano infestati dai pidocchi. Lino aveva il compito di portare i messaggi da una collina all’altra, da una compagnia all’altra. Era una staffetta –sciatore e per evitare i cecchini doveva trovare sempre strade nuove. Lui si sentiva fortunato, al confronto di altri perché il suo equipaggiamento lo difendeva dal freddo. L’esperienza più dolorosa sono stati i cinque giorni in prima linea dove non si combatteva più al riparo delle trincee, ma si stava giorno e notte in buche scavate nella neve. Il ricordo della morte di numerosi compagni durante l’assalto all’arma bianca lo sconvolge ancora…” quando si vede la morte di qualche amico si perde anche la testa, si diventa cattivi, non si è più uomini si diventa bestie”…… “l’assalto all’arma bianca è la roba più brutta che ci sia, devi andare contro al nemico con la baionetta”. Alla fine del suo racconto ci ha detto: ” Io sono qui apposta perché vi entri nella testa il pensiero che la guerra non si deve fare. La guerra non si deve proprio fare!”

 
la guerra in Russia

 

Io in guerra non sono andato volentieri, ma purtroppo si doveva obbedire. Non si pensava nemmeno di non andare a fare il militare, tutti lo facevano, si doveva fare. Era il 1942 ed io ero già in caserma, facevo il servizio di leva ed era molto dura. Ero talmente dimagrito a fare tutte quelle esercitazioni, che non avevo nemmeno piacere che i miei venissero a trovarmi. Ero a Predazzo ed è arrivato l’ordine di andare a completare la divisione Julia. Siamo partiti con il treno e siamo andati a Gorizia per unirci alla divisione Julia che era tornata dall’Albania decimata. Siamo andati a combattere sull’ansa del Don, a fianco dei tedeschi. Siamo saliti sul treno e siamo andati a Berlino, abbiamo attraversato tutta la Polonia e siamo passati per Varsavia e siamo arrivati verso il mare con un viaggio lungo 11 giorni di treno. Era una tradotta militare, solo per i soldati, un vagone di legno con attorno delle panche e si dormiva sul legno e il treno continuava po, pom, po, pom, pom……..
Siamo arrivati ad Izyum e di lì siamo andati fino all’ansa del Don a piedi, ottocento chilometri a piedi! Abbiamo impiegato 28 giorni a raggiungere il fronte. Era il mese di novembre. Noi combattevamo assieme all’esercito tedesco, ma in quella parte del fronte c’erano solo italiani. C’era la divisione Julia verso Podgornoje, la divisione Tridentina a Millerovo e la Cuneese a Kalitwa.
Come siamo arrivati là abbiamo lavorato come i negri a preparare dei bunker sottoterra, si scavavano buche di tre metri per sei metri e si lasciava una finestrella, perché lì si sistemava la mitragliatrice. Erano delle baracche di ricovero scavate sottoterra e per fare il tetto si coprivano con dei legni e della terra. Questi rifugi erano costruiti dentro le trincee che scavavamo noi a mano con i badili. I passaggi avevano circa tre metri di larghezza. Poi avevamo scavato dei camminamenti anche sulla linea del fronte e dei fossi anticarro, buche larghe cinque metri e profonde tre. Noi vivevamo in queste specie di baracche. In qualche maniera ci si organizzava e si costruiva una specie di fornello dove si scaldava l’acqua per far bollire i vestiti. Si cercava di far in modo che non uscisse troppo fumo, si prendevano dei bidoni e si facevano bollire i vestiti per far morire i pidocchi, perché eravamo impestati da parassiti. In queste baracche siamo rimasti per due mesi ed era inverno. Era iniziato a nevicare nei primi giorni d’ottobre e siamo rimasti lì, sulla riva destra del Don, fino a dicembre. Quando abbiamo iniziato i combattimenti, i camminamenti non c’erano già più ed abbiamo dovuto andare in mezzo alla neve. Questo è stato il periodo più brutto perché i russi avevano già rotto la linea. Noi ci hanno prelevato, perché eravamo un battaglione di rincalzo e siamo partiti subito verso la prima linea. Dall’altra parte c’erano i russi che sparavano e noi ci siamo portati davanti a loro. I russi la notte rimanevano presso le famiglie e noi invece eravamo fuori al freddo, la notte la temperatura arrivava fino a 47 gradi sotto zero. La maggior parte delle morti è avvenuta per congelamento, perché non avevamo indumenti adatti al clima. Solo noi sciatori avevamo il giubbotto con la fodera di pelliccia e gli scarponi impermeabili. Sulla neve non ci si poteva fermare, nei momenti più freddi non ci si poteva fermare perché si era morto. I piedi si attaccavano alle scarpe e quando si cercava di riposare ci si buttava a terra tutti insieme, si faceva un mucchio per cercare di aver meno freddo. I russi invece erano ben equipaggiati perché erano abituati a quel clima ed avevano vestiti, berretti e stivali imbottiti, impermeabili e foderati di pelliccia. Avevano anche armi adatte al clima, che non si inceppavano come le nostre ed avevano le “ katiuscie” , batterie di lanciagranate a razzo. Ad ogni colpo partiva un grappolo di sedici razzi micidiali che s’abbattevano su di noi.
Il problema più grosso era mangiare. Si andava avanti con le gallette e le scatolette di carne. La galletta era un pane duro che si conservava a lungo, era un quadrato 10 per 10, alto mezzo centimetro e poi scatolette di carne. Non arrivava niente di caldo ed eravamo a quaranta sottozero. Io veramente ho fatto solo cinque giorni in prima linea, ma vi dico la verità che alla fine del quinto giorno il mio battaglione contava solo duecento uomini e ne erano morti cinquecento.
Di più di uno, purtroppo, ho assistito alla morte, anche di molti cari amici. Pensate che quando si vede la morte di qualche amico si perde anche la testa, si diventa cattivi, non si è più uomini si diventa bestie. La situazione qualche volta era talmente disperata che non sei più te stesso perché devi cercare di sopravvivere. I miei amici che sono morti sono deceduti perché noi siamo andati cinque volte all’assalto all’arma bianca. E’ la roba più brutta che ci sia al mondo, devi andare incontro al nemico con la baionetta.  Non è facile bisogna essere cattivi, perdere la testa. I russi che arrivavamo erano quasi tutti ubriachi e i comandanti li facevano bere per dar loro coraggio e non farli ragionare. In un assalto sono stato ferito alla pancia. La pallottola per fortuna l’ho presa quando si avanzava. Avevamo perso la mattina e lì sul campo erano rimasti quasi tutti miei compagni. Di sessanta siamo rimasti in cinque e dopo non abbiamo più ricomposto la compagnia. Io faceva parte del plotone sciatori. Ben pochi siamo riusciti a salvarci! Io veramente mi sono salvato la vita perché quando ho sentito che il mio tenente era morto mi è venuta l’idea di girarmi e guardare indietro e ho visto che c’era qualcuno che scappava. Ma dove scappi? Perché quando non c’è più il comando non c’è più niente. Allora siamo scappati tutti e siamo tornati al comando del battaglione e di lì abbiamo iniziato un’altra volta il contrattacco. Dovete sapere che quel giorno lì noi avevamo avuto trecento morti ma i russi millecinquecento. Nel contrattacco avremo sparato con i mitragliatori per circa due ore, ma era come sparare al vento perché loro erano una nuvola, lì vedevi cadere a terra ma ce n’erano sempre altri.
Mentre si avanzava io ero lì sulla neve e nel fare un salto sono stato colpito da una pallottola. C’è sempre qualcuno che pensa sia opportuno ritornare indietro quando c’è l’attacco e quindi mi hanno detto: “Ci penso io a portarti indietro” e mi hanno portato all’ospedale di Rossosch e lì mi hanno solo medicato. Ho girato molti ospedali ma in ogni ospedale dove mi trasferivano mi venivano a vedere tutti perché avevo un buco così (5 centimetri) e non avevo neanche l’intestino rotto. Ho ancora sei schegge piantate nel fondoschiena. Io sono tornato in Italia ancora ferito,ma non ho perso molto sangue perché faceva molto freddo, e questo era un emostatico naturale. Ogni ospedale dove andavo tutti i dottori venivano a vedere e tutti dicevano la stessa frase: “Un uomo morto ancora vivo”. Sono stato colpito da una pallottola dum dum, quelle che scoppiano in tante schegge. Le schegge non sono andate nell’intestino ma nel muscolo delle natiche e me ne hanno levate tante. La pallottola è scoppiata davanti nella giberna ed ha portato dentro anche tutti i vestiti. Io a casa ho ancora il fodero della pallottola e sei schegge e ho ancora dentro altre schegge che non si possono togliere. Io quindi non ho fatto la ritirata perché ero all’ospedale e sono salito sull’ultima carrozza che è partita la sera del giorno di Natale. Quella sera sono arrivati i carri armati a Rossosch e appena i carri armati si sono allontanati è iniziata la ritirata. Io non ho dovuto fare la ritirata a piedi come molti altri alpini che sono morti in questo viaggio. Quando ci ritroviamo a parlare con i commilitoni di questi fatti ricordiamo che la Tridentina, decimata nella ritirata, aveva fatto pochi combattimenti mentre la Julia, quando è iniziata la ritirata non esisteva quasi più. Era tutta distrutta e nessuno ne parla, parlano solamente dell’ultima battaglia per rompere il ponte fatta dalla Tridentina assieme ai pochi rimasti della Julia. Parlano molto dei soldati della Tridentina, sembra quasi abbiano fatto tutto loro, ma se non c’erano quelli della Julia che tenevano il fronte! La Tridentina è passata alla storia perché quando c’era questo esercito in rotta era guidata dal generale Reverberi che quando si è trovato di fronte l’esercito russo che lo bloccava e consapevole del fatto che se venivano bloccati morivano tutti, è salito su un carro armato ed ha gridato: “ Tridentina avanti” e nella disperazione questa marea di soldati si è buttata contro l’esercito sovietico ed hanno sfondato a Nikolajewka. Gli alpini sono riusciti così a tornare in Italia. Ed è passato alla storia questo urlo, ma la guerra al fronte è stata combattuta soprattutto dalla brigata Julia.
Sì anch’io ho ucciso… purtroppo! ma sono cose di cui non ho parlano nemmeno con i miei figli, è troppo doloroso ricordarle.

 

 

Monumento ai caduti

 

Sulla cappella del cimitero c’è questa scritta :

”Ne la gloria de la patria liberata Pomarolo rende passione e lacrime ai suoi figli caduti nel quinquennio di guerra MCMXIV- MCMXVVI e depreca per tutte le genti la sorte ferale di chi è tratto a combattere e morire per causa nemica da estranio oppressore.”

MXMXXVI.

 

Sul monumento dei caduti c’é scritta questa frase :

LA  PACE.
LAVORO DI OGNI UOMO.
CAMMINO DI UN POPOLO.

Caduti nella prima
guerra mondiale

Caduti nella seconda
guerra mondiale

Col. Angheben Giuseppe     Ten. Galvagni Remo

Adami Antonio

Adami Giuseppe
Adami Luigi  Alberti Primo

Bais Angelo   

Bais Emilio

Baldo Annibale

Chiusole Aniceto

Chiusole Arturo       

Chiusole Pio

Chiusole Raimondo    

Cumerlotti Antonio

Dado Francesco           

Dado Tullio

Finarolli Giovanni       

Finerolli Michele
Finarolli Valerio         Fontana Severino

Frisinghelli Alfredo  

Galvagni Mario

Gasperotti Enrico

Gasperotti Giuseppe

GasperottiGiuseppe     

Gasperotti Luigi

Gasperotti Marcellino

Gottardi Luigi 

Innocenti Guido

Maffei Giancinto

Maffei Rodolfo  

Matuzzi Augusto

Pedri Adelio 

Pedri Luigi

Pedrotti Lino 

Salini Arturo

Tartarotti Francesco 

Vicentini Faustino

Vicentini Ottavio

Vicentini Vittorio

Zaffoni Vittorio

 
S.Ten. Galvagni Ciro
Chiusole Giuseppe
Foladori Giovanni
Gasperotti Rino
Maffei Carlo
Maffei Ettore
Manica Giuseppe
Pedrotti Ruggero
Battistotti  Melchiade
Cumerlotti Mario
Gasperotti Arturo
Maffei Alfredo
Maffei Dino
Maffei Lino
Pedrotti Aurelio
Vicentini Giuseppe

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